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L'opinione Di Pierpaolo Vargiu

DIFENDIAMO SINO IN FONDO LA PACE, MA NON CONFONDIAMOLA CON IL NOSTRO COMODO.

Le grandi manifestazioni di piazza dei giorni scorsi hanno dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, quanto forte sia il desiderio di pace e la volontà di difenderla a tutti i costi da parte della stragran parte dell'opinione pubblica occidentale.
Persino negli USA, ancora sconvolti dai morti innocenti delle Twin Towers, si avverte un significativo e crescente dissenso nei confronti della rigidità dell'Amministrazione Bush.
La sintesi più nobile della posizione in difesa della pace è senz'altro nelle accorate e addolorate parole del Papa e nell'intensa attività di pace portata avanti dalla diplomazia vaticana. Tutti d'accordo, allora?

Si tratta soltanto di frenare le preoccupazioni degli Stati Uniti che, colpiti nel proprio cuore pulsante, rischiano di confondere la lotta al terrorismo internazionale con interventi bellici "preventivi", di discutibile validità etica e, almeno sinora, dotati di insufficiente copertura da parte delle istituzioni internazionali?
Beh, non è proprio così, per almeno due motivi.
Il primo è che senz'altro oggi il concetto di "guerra" sfugge ai tradizionali criteri di definizione ai quali siamo stati abituati. Il terrorismo internazionale, con le sue centrali che stringono alleanze ed ottengono coperture dai governanti degli Stati, pone infatti problemi nuovi, di interpretazione complessa e di assai difficile soluzione.
Non è possibile ignorare come ormai esistano atti di guerra non dichiarata, che trovano impreparati alla risposta sia i Governi nazionali, che le istituzioni internazionali.
Ma la seconda considerazione è ancora più inquietante, per noi occidentali che amiamo la pace.
E che rischiamo di confondere la pace con il nostro comodo.
Nella testa di molti dei nostri pacifisti, la difesa della pace assomiglia un po' troppo alla difesa dello status quo e dei suoi vantaggi.
A qualcuno non piace la pace, ma bensì "questa pace", la pax occidentale, difesa comunque da un gendarme armato, gli USA, che qualche volta rischia forse di superare il limite della legittima difesa, ma che è comunque sempre pronto a mettere a disposizione le vite umane dei propri cittadini e le proprie risorse finanziarie per garantire la difesa degli interessi economici, ma anche dei bastioni di libertà culturale dell'Occidente.
Rischia di essere troppo comodo fare i pacifisti con il retropensiero che tanto mai niente cambierà nelle nostre condizioni di privilegio, perché altri comunque spenderanno soldi e sangue proprio per garantire noi.
Essere pacifisti veri, oggi, significa invece comprendere in pieno le ragioni della globalizzazione e sapere sin d'ora che è necessario porre sul tappeto il problema della redistribuzione delle risorse che renderà un po' più poveri i Paesi ricchi (e noi italiani siamo tra questi) per rendere possibile lo sviluppo di coloro che oggi stanno indietro.
Da sempre i popoli più ricchi mirano a conservare la pace, che consente loro di organizzare, accrescere e godere il proprio benessere.
Ma da sempre i popoli più poveri, se non sono adeguatamente sostenuti nel loro sviluppo e nella loro crescita, sono tentati di investire le proprie, scarse risorse economiche nelle opportunità belliche, le uniche che garantiscono loro miglior stabilità interna e potenziale aggressività esterna.
Il mondo occidentale, l'opinione pubblica dei girotondi, della Chiesa Cattolica, dei circoli culturali liberali, dei Governi europei moderati e mediatori deve dunque fare una scelta forte, se non vuole rischiare l'ipocrisia pacifista: la scelta di una nuova politica di cooperazione, ben più ampia e diversa da quella attuale, con i Paesi in via di sviluppo.
Una scelta che, dobbiamo esserne consapevoli, costerà una parte del benessere di ciascuno di noi.
L'alternativa è però quella di lasciare solo, con la nostra ipocrisia, il gigante americano ferito.
E gli Usa chiusi in sé stessi potrebbero creare squilibri ancora più pericolosi di quando intervengono nel ruolo di gendarme del mondo.

Pierpaolo Vargiu
Capogruppo dei Riformatori in Consiglio Regionale.